Qualche domanda sulla cittadinanza digitale

Qualche domanda sulla cittadinanza digitaleCi ho messo qualche mese a diventare un cittadino digitale. Mi sono regalato un servizio di posta elettronica certificata, di conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche verso la pubblica amministrazione, una pen drive per l’apposizione della firma digitale e la Carta Nazionale dei Servizi. L’ho fatto spinto dalla curiosità ma specialmente dalla necessità. Non amo spendere e ho cercato a lungo i servizi più convenienti tra una giungla di fornitori certificati dallo Stato (?). Faccio due conti:

  • Firma digitale e CNS: 71 euro (costo e spedizione) +iva per un servizio da rinnovare ogni 3 anni;
  • PEC: 5 euro+iva all’anno;
  • Gestione e conservazione sostitutiva delle fatture elettroniche: primo anno gratuito in promozione, dal secondo anno 25 euro più iva all’anno;

A regime parliamo di 64 euro ogni anno per far valere qualcuno dei miei diritti da cittadino digitale: autenticarmi in maniera sicura sui siti della pubblica amministrazione per richiedere servizi e inoltrare documenti, inviare email con valore legale, far conservare le mie fatture presso una entità terza a garanzia di tracciabilità, sicurezza e rispetto dei tempi di pagamento.

Si tratta di servizi che a volte ne sostituiscono altri già a pagamento (le PEC mette in cantina le raccomandate) ma che a volte, una volta a regime, portano online attività al momento per lo più gratuite come la conservazione delle fatture dal commercialista (che ha già un costo e che continuerà ad averlo anche quando conserverò le mie fatture su un server terzo) o mostrare la carta d’identità in un ufficio pubblico “reale” per godere di un determinato servizio (la carta d’identità che mostro ad un funzionario di anagrafe costa 5,14 euro e dura 10 anni, il doppio se la si perde e si chiede un duplicato, in ogni caso continuerò ad averla).

Stiamo assistendo alla normale evoluzione, auspicabile e obbligatoria, del rapporto tra il cittadino e la pubblica amministrazione. Il passaggio al digitale comporta innumerevoli vantaggi: tracciabilità dello stato delle pratiche, enorme riduzione delle spese di stampa e archiviazione, velocità e sicurezza nelle transazioni. Siamo davanti ad un cambio epocale, che dovrebbe essere stimolato e incoraggiato in tutti i modi. Ad un enorme risparmio per le casse dello Stato corrisponderà un miglioramento non da meno nei servizi richiesti dal cittadino.

In futuro, magari non domani, non esisteranno più sportelli, code, imprecazioni, ritardi. Documenti e pratiche non si perderanno più negli archivi e potremmo gestire e amministrare tutta la nostra vita “sociale” direttamente on line. Senza numeretti. Non vi sembra meraviglioso? Potremmo entrare nei siti della pubblica amministrazione con la nostra unica identità digitale in maniera sicura e veloce, compilare moduli e avviare pratiche (cambi residenza, patenti, multe, INPS, certificati medici…) direttamente con un click e senza dover stampare e compilare PDF. Sta già accadendo.

Il mio ottimismo digitale si scontra però inesorabilmente con la prima parte del post. E allora dove voglio arrivare? A questa mitragliata di domande.

  • La cittadinanza digitale è un nuovo diritto da garantire o solo un modo più veloce, per gente sveglia, di assicurare i servizi della pubblica amministrazione?
  • Quale la funzione di uno Stato che, conscio dei suoi limiti organizzativi ma anche della necessità di riformarsi, cede a terzi, certificandone la qualità del servizio, la gestione delle porte d’accesso al digitale pubblico e quindi al riconoscimento della cittadinanza digitale?
  • Deve una pubblica amministrazione snella e leggera decidere di accentrare e “monopolizzare” la gestione della cittadinanza digitale in nome dei diritti all’esistenza online?
  • Come stimolare nei cittadini l’accesso e la fruizione digitale dei servizi pubblici, nonostante il costo degli strumenti per accedervi?

L’accesso alla Rete è presto diventato diritto alla Rete. Non diritto di chattare su Facebook, ma diritto di utilizzare la Rete per realizzare funzioni basiche del vivere in società che qui si stanno spostando. Diritto a “esistere” in rete con una nostra cittadinanza riconosciuta e sicura, che ci rappresenti e ci “faccia funzionare” online ma anche e specialmente fuori dalla Rete. E la fruizione di un diritto non dovrebbe essere ostacolata da barriere, anche economiche, all’ingresso. Spetta allo Stato l’onere (e l’onore) di abbatterle, come da articolo 3 della nostra Costituzione.

[…] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Un giorno nemmeno tanto lontano il diritto a godere di un’identità digitale nei rapporti con la pubblica amministrazione diventerà un vero e proprio dovere, l’unica modalità di “esistere” in società. E per allora tutte quelle domande, confuse ed approssimative, dovranno aver trovato una risposta. Magari anche per fax.

 

Newsletter, una mail ogni tanto, giuro.

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