La fuga a dondolo

Sono tornato da pochi giorni dalle vacanze di Natale nella mia terra, in provincia di Lecce. Non ho scritto di feste, di spumanti, non vi mostro fotografie di brindisi o di piazze affollate perchè questo è un blog serio, cazzo.

In Salento ho lasciato tutto, ho lasciato me, ma non certo da ora. È complicato spiegare il cambio di ambiente che si ha dalla partenza in mattinata dall’aereoporto di Barajas, la pausa intermedia a Roma Fiumicino, l’arrivo a Brindisi Casale e l’ora di auto fino a Maglie, Lecce. Come in un viaggio in treno in Appennino, entri in galleria durante una burrasca e ne esci con il sole. O il contario, ovviamente (non mi metto qui a fare un post sdolcinato).

Ma è bello cullarsi nelle differenze, alleggerirsi i piedi, riguidare un’automobile, fare il giro degli zii di Carpignano Salentino per portare le marmellate di Natale di mia madre e ricevere in cambio verdure, vino, ortaggi e un abbraccio (naaaaa, lu Luciu ete!).

È bello rivedere gli amici di sempre, andare al bar di sempre per il caffè, parlare per ore con il professore di sempre che ti tratta come un suo divertente esperimento per il mondo. È bello il pranzo di sempre con la mia famiglia numerosa di sempre ed il cane di turno, Camillo, che ci accompagnerà per la media dei 10 anni di sempre.

Poi però pensi: ma questo “di sempre”, con il quale ti riempi tanto la bocca, da quando è diventato così assoluto? Fai due calcoli e pensi che, su 28 anni di vita, quasi 11 li hai passati fuori di casa e, se leviamo 7-8 anni di ricordi sbiaditi perchè troppo lontani per restare freschi, questo di sempre comprende una decina di anni. Ma sì, sono gli anni di sempre. Nè i 5 di università nè i 5 che sono a Madrid saranno infatti mai gli anni di sempre, come non sarà mai di sempre la casa in cui ora mi muovo solo o l’ufficio nel quale faccio razzia di biscotti e caffè.

Leggo di una nuova legge italiana, per far rientrare i cervelli fuggiti all’estero: per 3 anni gli uomini avranno diritto a pagare solo il 30% di tasse, le donne solo il 20%. Ora, oltre al sottile maschilismo che si legge tra le righe, non credo che un giovane torni in Italia solo per pagare il 30% di tasse, per tre anni. Faccio un esempio: dal mio primo giorno di lavoro in Spagna ho avuto un contratto a tempo indeterminato, pago, a regime, il 17% di tasse. Ogni anno nella dichiarazione dei redditi il conto finale è in negativo, sarebbe a dire che mi viene restituita una somma di denaro nemmeno tanto bassa. Per 4 mesi, due anni fa, passai da 8 a 4 ore di lavoro al giorno e ebbi diritto ad una “integrazione” salariale da parte del sistema della Seguridad Social: il trauma sociale ed economico potrebbe infatti essere così forte che la differenza, per circa 10 mesi, te la mette lo Stato.
Vivo a Madrid, dove i servizi funzionano perfettamente – solo ora iniziano a scricchiolare – il metro corre quasi ad ogni ora e quando non lo fa ci pensano gli autobus notturni in superficie. Ho traslocato da circa un mese ed ho avuto diritto a due giorni di ferie aggiuntivi per poter farlo in tutta tranquillità e calma. Spagna, non Svezia o Germania. Spagna, con tutta la sua bella crisi sulle spalle.

Allora capisci che il “di sempre” ce l’hai nella testa, quella sensazione nel tornare per 5 giorni dove sei nato è la stessa che prova un neonato portandosi il dito in bocca: non sa cosa sia ma da sollievo, e sicurezza. Quel gesto gli trasmette una sensazione piacevole, quella di sempre, ma il mondo attorno resta lo stesso, è lui ad aver incontrato il suo porto momentaneo.

Questo post finisce qua, inconcluso, che quando poi torni alle mansioni di ogni giorno non ci pensi più, lasci tutto in sospeso per il prossimo viaggio. Questo sì, il viaggio è quello di sempre, meraviglioso.

Newsletter, una mail ogni tanto, giuro.

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